Cumuli: questioni di metodo 1 – Adriano Cataldo

CUMULI: QUESTIONI DI METODO 1 
Di come in azioni inconsapevolmente routinizzate si nasconda un senso più ampio. 

Nel fuori posto sta lo scarto 
tra il somigliante e il somigliato 
tra chi distratto porta fuori, 
per suo salute, un altro strato, 
e chi per scarso profitto, 
d’altrui profitto è prostrato.


(Dalla raccolta inedita Rifiuto residuo)

*

Come dichiarato dalla didascalia, Cataldo si concentra qui su un’apertura, e in particolare su un’apertura che viene dall’ordinario (dal “routinizzato”), ovvero da ciò che per eccellenza è prevedibile, previsto, chiuso. Questa apertura – che Cataldo incastona in una forma per contro molto calcolata, tramite rime e assonanze («scarto», «somigliato», «strato», «prostato») nonché chiasmi, ripetizioni, anadiplosi, paronomasie («fuori posto»/«porta fuori», «somigliante»/«somigliato», «profitto, / d’altrui profitto») – riguarda sia una questione semiotica sia una questione politica. Le due questioni, anzi, si mescolano, e ci fanno facilmente pensare a Marx, alienazione, feticcio, cioè quegli argomenti che connettono pensiero politico e “scollamenti” (dell’uomo dalla sua azione, della merce dal suo valore, ecc.).
Il «fuori posto», quindi, per Cataldo – proprio in quanto alieno al «routinizzante» – apre uno «scarto», cioè una dissonanza tra gli elementi che si fronteggiano («il somigliante e il somigliato»), allegoria a loro volta di una rottura che sta a monte e che il quotidiano tende ad affondare, a non portare fuori. È la realtà di un sopraffatto e di un sopraffacente, e di una società che si regge su una dialettica alienante tra aspirazione al profitto e sua dittatura.

A.F.P.

movimenti IX – Riccardo Frolloni

Visto al centro della stanza pensai noi ci muoviamo,
qualcuno sussurrava qualcosa, piangeva, ma tutti erano soffio

il corpo invece diventa subito corpo estraneo, immondo, zia Bruna
senza pensieri aveva pulito tutto, sistemato tutto, senza pensieri,

semplici le persone uscendo dicono ci vediamo e si voltano, salutano,
era movimento quello che mancava a mio padre, ingranaggio,

mi tormentavano micro pulsazioni, lampi, imprevisti,
e di questi soprattutto le mani, ora stringono un crocifisso

ora le mie mani sono impronta delle sue, le cerco nei sogni
le sento ogni volta che le richiamo, quelle bianche non erano

più quelle di forza e coraggio, scelgo così di accarezzargli i capelli
cortissimi, come voleva fossero i miei, ma c’era troppo bene poi.


(da corpo striato, Industria&Letteratura, 2021)

*

Le scelte del distico e del verso lungo imprimono a questo testo di Frolloni un’energia dinamica e una natura leggera, gassosa. La parola sembra levitare e occupare una terra aperta; non solo – concretamente – quando si spezza nell’enjambement, ma, più in generale, nella predilezione per la virgola, nell’aggiunta inaspettata (il «poi» finale), nel lessico («tutti erano soffio»), nei sotterranei scuotimenti sintattici (v. 5).
La poesia, però, non si concentra davvero su una scena dinamica, bensì su una scissione, che è massimamente la scissione tra ciò che è e qualcosa che si vorrebbe sia. Così il «corpo […] diventa subito corpo estraneo», «le mie mani sono impronta delle sue», «era movimento quello che mancava», e l’imperfetto del verbo essere è tanto insistito quanto puntualmente smentito (con il «non», con il «troppo», con la ricorrenza di «ora» che tradisce ansia di definizione).
Il dinamismo di questi movimenti è quindi un dinamismo sognato («le cerco nei sogni») e insieme collocato con la sua “leggerezza” nello spazio di più palpabile realtà: quello della casa, e dei padri, e della «zia Bruna». Dove, cioè, qualcosa si spera, si afferra, ma niente si sposta.

A.F.P.

Mimose – Luigi Auriemma

Autonoma la primavera caustica per tornare ancora steppa dell’opera d’arte crescendo da bambina l’obiezione per confutarla in potenza climaticamente gialla in zona verticale in orizzonti sciolti da ben distinto arte carriera di grande portale climatico verso il niente declamato in virtù del casolare spento destinato a procedere a quaranta semafori verdi per pura astrazione atto autonomo dalla possibilità immanente decisiva come burro fondamentale come relazione ipostatica dal verme frequente venisse stabilito dal nero finale per definizione contraria alla prima valvola di sfogo scardinando l’enérgeia stabilmente qualcosa appartiene collaterale tra un uso e il debole amoreggiare con numerose auto dall’atto risultato finale come giustifica del nome quadrato non indicativo di origini catastrofiche soggette con amara potenza che crea sfaccettatura su una mela nera con filosofia disarmante azzerando il punto furente di fuoco di valichi ansiosi e poveri di poca bravura calcolo degenerato del mio cardine storico potendo graffiare il letto di pecora nel Trasimeno con atto di potenza megarica eppure viene da una zona già con alberi difficili con obiezione fortunata di comportamento anomalo ma discreto e velocemente il prete pietre con il cappello e in relativa reazione di un razzo sconvolto da una scardinata scalinata con misure eleganti e compromettenti di ostriche davanti alla farina del piccolo breve collasso delle pratiche automobilistiche che insieme non sussiste confutarla neanche come fotografia gemella al singolo percorso della corsa metafisica aristotelica priva di potenza dynamis domani esemplifica la nostra etimologia qualitativamente si muove dal futuro logico miniato come movimento d’indipendenza cronica dal giorno di vino muove la nave felice del télos foris cresce la poetica transumante dell’evento coriaceo rispetto alla base giustificata dal momento storico di belle rosee arance dall’umana caratteristica vellutata biscia lungo il fremito della schiena giornaliera attualmente al principio della fine del centro con incursione sul cammello decantato dal giovane cerbiatto con la criniera azzurra misura caratteristica della conservazione dei beni culturali scaricati dal momento invadente pindarico come sacra cessazione raggiunta chiude le strade al mare come creazioni dell’Antico Testamento identificato nella misura dei centimetri con direzioni divise tra i quattro quarti sospesi caritatevoli perfettamente nel sesto giorno aspetta la misura del fare fuori ormai nella perfetta qualità granita color voglia celeste con appezzamenti divini di un architrave divino perduto attende e aprendo chiude per elaborarla filosoficamente per la festa del linguaggio posteriore pertanto il compimento finale contrabbanda l’originaria aria nonostante l’imprescindibile perfetta imposizione dell’agire della performatività momentaneamente frazionata fino a decorrere quadro imperfetto grado di giudizio flesso in uno specchio non tanto ardito unità questa che vola nella forza primaverile testimoniata affatto di giunti e stadio termico dell’ampolla graduale elasticità dell’estetica ponendo ostacoli originali dal peccato confortevole e contemporaneo del questionario spaziando dal crudele libero domani intelletto di un arresto della linea resa dinamica dalla natura concorrente ambigua e viola in una sognata nuvola temporalesca dalla dimensione laica barriere per camminare scarti di un eventuale pressione dal suo passato rarefatto di solitudine del sentire e del vedere aspetti contrari al compromesso dolce ed assente sfumano danzatrici vaganti come l’ordigno pacifico come quello filmico gesto feroce sognatrice dai capelli architettonici e storico ambivalenti sul dorso di monti cattedrali come vetri carta copiativa eterea leggera e fluttuante ridiventa facies e dimensione soltanto sull’emergenza dichiarata secondaria trasposizione di caldo afoso nell’esigenza dell’informazione pionieristica relativa all’interazione prometeico tridimensionale e ancora in malafede sull’assenza del famoso esperimento culmine di strali sui binari interponendosi fra simulazioni specifico di un codice astratto caprino di lana concettuale e di memoria corta nell’evoluzione accelerata in termini commerciali di affidamento degno nell’antropomorfismo di caratura accelerata nel modo più transennato di ogni piccola caduta in ordine giacobina e manifattura collocata nell’intercapedine sociale di un’anima artificiale e quotidianamente solitaria squadernando nuove analisi dell’interazione umana in carattere scontrandosi alle medie forme leggere corte senza confini dinamici privati e osmotica mente collocabile sottolineata in una danza di sottratta carenza metastorica tra specchi cogliendo canari custoditi in cavallo straniero pezzo mente il gesto stupito e sottratto alla stasi criptiche dell’uomo azzurro plastica vedono violenze fluttuanti senza balconate pubbliche o private tele divise da altre sensibilità luogo non prescindibile da principio indissolubile del bello sta ancora l’esempio causa retta divergente sul divano divergente settoriale controllato dentro l’anima amara diritta corrispondente nel seme in valigia democratica sviluppata sotto canestro prospettiva per la quale anticipata la fronte del linguaggio cadaverico nell’espressione dell’esposizione conoscenza cristallina vedova crescente ferì l’omologato dente unico grado di appartenenza indiretta ricevente dialettica espressiva distingue l’unico movimento inesprimibile contrario alla conoscenza retorica divide il parco in risorse autonome all’attivazione kirkeegardiana potere estetico lo pseudonimo dell’arco magistrale del contenuto della barca in maestri senza corrente elettrica pensiero modificato secondo le camere fissate alla fantasia domandare secondo quanto fondamento autonomo obiezione classica descritta alla cassa del coriandolo indissolubile reciprocamente all’origine davanti carogne affamate carburante epico nel ventriloquio disarmante testamento Poe incessante basilica avvenente mortificante luogo di poesia costantemente contraddetto dal fuoco che non ritenesse stesse stessero assolutamente in fiore seduto all’atto di considerare il cartello esattamente lo stesso tempo geniale contrabbasso passaggio inaugurale della funesta ormeggiata nell’organetto movimentato con piacere assolutamente cordiale dell’abbronzatura verità dell’anonimo diretto al fianco politico magrissimo deterrente in primavera guizzante di sole mercantile pregevole quaderno senza fori giocando con la tribuna gialla granita e al contempo raffreddandosi specularmente contro la luce vergine olio extra matite giovanili oltre la luna megarica finale dell’ultimo nome garantendo il processo ovvero la potenza venerabile può metterla in contrapposizione verso l’artificio che non mantiene mimose.


(inedito)

*

Quella di Auriemma è una prosa auto-sabotante, che chiaramente fugge dalla necessità di farsi leggere in maniera “normale” dal lettore. La quasi scomparsa della punteggiatura (ma si noti che permangono maiuscola iniziale e punto finale: questo non è l’estratto di un flusso più grande, ma una monade, un oggetto testuale conchiuso) segna le coordinate di uno spaesamento totale. Allora anche ogni tema è decentrato, parcellizzato, e la lingua segue più l’andamento dell’improvvisazione, delle associazioni libere e oniriche.
Tuttavia è possibile individuare alcune strutture o espedienti, per quanto degradati: ad esempio l’oscillare frenetico de registro (troviamo parole “semplici” accanto a termini tecnici, desunti soprattutto dalla filosofia e dalle scienze: «lana concettuale», «carburante epico»…) o il ricorrere di riferimenti letterari espliciti e parole in greco o latino («telos foris», «facies», «kierkegaardiana», «Poe»). La scena che il testo tende a formare (ricorrono la luna e la luce) è dunque solo un pretesto, e le «mimose» che danno il titolo al testo compaiono nel finale come la punta di un iceberg, di un testo-mostro che soggiace alla nominazione del fiore e si muove senza tregua in «orizzonti sciolti».

A.F.P.

Un inedito – Marilina Ciaco

adesso però parliamo di gamberetti e di cavalli
è molto importante conservare questa tradizione un tempo era una cosa normale
non ho capito bene come si fa ma sono curiosa
una rete qualche cestino un rimorchio per la strada
una tonnellata di carne che inizia a scalpitare
puoi salire sul carretto

andiamo a caccia di gamberetti
ci si mette mezz’oretta
non pensare che li buttino, il giorno dopo li mischiano a quelli di giornata
non ci ho mai pensato mi è venuto naturale
proprio mai io ho sempre saputo cosa volevo fare non ho mai detto altro
queste sono le due tavole da trainare, la rete va dietro

questa parte resta a galla

la catena striscia sulla sabbia

questa parte resta a galla

prega che ritorni qualcosa

ti faccio vedere come si fa, questi vanno già meglio
tutto quello che non è buono va buttato, tutto quello che non serve

è colpa di tutto quello che resta dentro, li spinge verso nord
quel che è certo è che questa tecnica è molto fisica
che il risultato non sempre è il massimo

li cuoce in acqua bollente
hai l’attrezzo per sgusciarli
capita raramente di trovarli così, vivi intendo, e così piccoli

li trovi sgusciati e magari anche freschi
dal grossista all’aereo
dal Marocco ritornano qui


(inedito)

*

In questo lavoro, il verso di Ciaco è il “riporto” di una condizione non fissata, onirica. Lo testimoniano le figure di ripetizione («sgusciarli»/«sgusciati», «tutto quello che […] tutto quello che», «questa parte resta a galla» ripetuto due volte, nonché le anafore di «non» nella parte centrale e di «dal» nel finale), ma soprattutto le indecisioni («non ho capito bene», «non ci ho mai pensato») e il dinamismo sintattico (avversative, precisazioni, punteggiatura assente). Si tratta quindi di una serie di messe a fuoco che non colgono pienamente il bersaglio, lo circondano, lo scoprono poco alla volta, e l’irregolarità nella lunghezza dei versi e delle strofe ne è specchio.
Ciò che deve essere messo a fuoco, tematicamente, è una tecnica specifica, che riguarda la cattura, la selezione e la preparazione dei «gamberetti». Il testo segna dunque le tappe di un apprendimento, in cui c’è qualcuno che insegna (lo dicono le esortazioni – «parliamo», «andiamo» – e gli imperativi, positivi o negativi), che è però anche un rituale («conservare questa tradizione»): oltre il significato specifico della creatura-simbolo (i gamberetti sono una moltitudine, qualcosa che viene pescato dal fondo e qualcosa che deve essere sgusciato: una progressiva scoperta), c’è quindi lo sfondamento del confine tra il sogno e la storia, una partecipazione alla vita in cui dialogano una forza rifrangente ed una consolidante.

A.F.P.

Con la forchetta – Alfonso Lentini

In cammino
Perdeva pezzi. Ad ogni passo crollavano pezzi. Pezzi di dita, pezzi di lingua. Da una tasca volò via una cattedrale gotica. Un pezzo di cioccolato gli cadde pesantemente dalle mani bucando il suolo, un pezzo di matita rotolò sul marciapiede. Perdeva chiodi, ruote, peli, muschio. Perdeva parole dal naso, dai piedi. Perdeva luce. Vado via, ci disse. È finito il mio turno. Ora vado.

Per concludere
Per concludere questa giornata tutta piena di zeri, con nuvole puzzolenti, fiacca elettricità tutt’intorno e chiodi piantati nel legno cariato del portone, con zeri dappertutto, anche sparsi per terra e persino nel buco del water, con zeri sul divano, nei cassetti, dentro i libri, con zeri che te li trovi a cuocere adagio anche tra i fagioli del minestrone, per concludere una giornata così, riassumibile in una maglia sudata, con tutti i cellulari scarichi, la connessione assente, i letti sfatti, giornata mai voluta mai conclusa, fatta a fette sottili, tutta zeri e macchie di brodo sui pantaloni, tutta mutande con l’elastico lento, i piatti tinti di sugo secco, scarafaggetti in corsa dentro i tubi del bagno, con un comunicato che annuncia la morte improvvisa di sette miliardi e mezzo di persone, oh cosa fare, cosa fare per concludere, oh.

Cosa buona
Se mentre dormi tocco la tua vulva, si fa immensa e si riempie di miele. Segno che toccarti nel sonno è cosa buona. Come nuotare nel sonno o spaccare il pavimento per cercare lampadine sotterranee. Odore di foglie bagnate qui intorno. Una corsa di allegorie sfinite. Però, vedi, qui siamo fermi al salto con l’asta e null’altro si può.

Con la forchetta
C’è un piatto e c’è una forchetta. Il piatto contiene cibo immateriale molto proteico. Affondo la forchetta in quella sostanza morbida e appetitosa. Affondo la forchetta anche nel piatto e lo sfondo. Spacco poi il tavolo, il pavimento su cui poggia il tavolo e il soffitto del piano di sotto. Affondo la forchetta nel pianterreno e poi nel sottosuolo, infilzo zolle di terra, lombrichi, ferraglia. Infilzo le tombe degli antenati, sfondo con la forchetta i loro crani friabili e affondo la forchetta in uova fossili e, ancora più giù, nel magma fitto di croci e cocci. E giù giù, con la forchetta scendo ancora in basso, dove infilzo finalmente, protetto da una fragile membrana, il gustoso midollo, il gustoso midollo del mondo: un cervelletto sferico che coincide col centro della Terra, tutto da assaporare e ingoiare a grandi bocconi. Me lo porto alla bocca, finalmente, mentre emerge in superficie attaccato alla forchetta e gronda di lattescenti riflessi come una luna tremolante e molliccia.


(parzialmente inedito)

*

Questi brani di Lentini sono accomunati da un’idea di “sfondamento”, che si muove in diverse direzioni. Nei primi due paragrafi, ciò che è sfondato è il concetto stesso di esistere: In cammino opera uno smonto della scena, le fa perdere «pezzi» cominciando dalle parti più tangibili (prima grandi, con «cattedrale gotica», poi piccoli, come «peli») per arrivare a quelle più metafisiche e immateriali («luce»); Per concludere usa invece gli «zeri dappertutto» come non-elementi di disturbo della concretezza. In entrambi i casi notiamo un esito metatestuale: tutti e due si concludono con la dichiarazione di una fine fine, che è dell’oggetto e del testo («È finito il mio turno»; «cosa fare per concludere»).
Al contrario, gli altri due brani esercitano uno sfondamento all’interno della materia, e l’esito non è quindi metatestuale (che si ottiene, come detto, dalla negazione, cioè dalla negazione del testo), bensì il surreale. Così il tentativo di ingresso in Cosa buona è verso «la vulva», in Con la forchetta verso il «centro della Terra». Sono entrambi simboli di un’origine materiale, che viene però allontanata proprio dallo strabordare e minacciare della componente surreale: il «miele» nel primo caso, i «lattescenti riflessi» nel secondo.

A.F.P.

Da “Tecnovintage” – Gerardo Iandoli

Il cielo è lo schermo dell’errore,
in un mondo disteso sull’asfalto:
troppo impettito per piangere impulsi
il tempo saetta sulle esistenze
e la trama delle scariche assume
i tratteggi di un’origine erotica,
mitica nella sua nuda vena del collo:
traspare tra filamenti di rame
traspare tra fruste di cuoio ruvido
traspare tra i cavi pregni di fumo
e ogni ciocca è ingegneria di ardore,
immaginario dell’etere visivo
che crea la propria grammatica del piacere. 

Ma non c’è più nessuna spettatrice
e a ogni calo di tensione l’amore
diviene privato, quasi nullificato:
il terrore allora è l’Apocalisse
energetica: si spegne ogni cosa
e l’umanità è un pacemaker
che rinuncia al richiamo, a tutto il ritmo,
col fiore degli ingranaggi che si frantuma
in codice binario.


(dalla raccolta inedita Tecnovintage)

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Il meccanismo alla base di questa poesia di Iandoli è l’accostamento stridente tra lessico tecnologico («schermo», «impulsi», «pacemaker»…) e lessico amoroso («erotica», «ardore», «piacere», «amore»). Il testo gioca quindi contro l’aspettativa del lettore: pone delle “certezze” (a livello tematico, appunto, l’amore; a livello stilistico l’attenzione al metro – tendenzialmente endecasillabo – e alla retorica – l’anafora di «traspare») e le smaschera poi proprio attraverso l’introduzione del tecnologico. «Fiore» si trova così vicino a «ingranaggi», «ingegneria» ad «ardore», e via dicendo.
In un «mondo disteso sull’asfalto», appiattito, il «terrore» sembra allora collocarsi nel rischio di una sparizione («si spegne ogni cosa»), che è però minacciata non da una morte vera e propria, ma da una interruzione, versione elementare ed «energetica» dell’evento della morte. Nella tecnologizzazione del cosmo, la realtà diviene uno strato alimentato a corrente, e la sua bidimensionalità “on/off” è tanto nell’esistere («Il cielo» che è uno «schermo») quanto nel non esistere più («si frantuma / in codice binario»).

A.F.P.

ho fatto persino un doppio nodo – Angelo NGE Colella

ho fatto persino un doppio nodo per legare i muri ben stretti, ma il sole ci passa comunque attraverso. avrei preferito starmene al buio, per sentire più alto l’odore di ruggine dei libri. mi viene fame a guardare come lo specchio guarda il mio corpo: io gliene lancio bocconi e mangio un altro spicchio di gatto, col cornicione.


(inedito)

*

Questa breve prosa di Colella genera una frizione attraverso l’uso di periodi rapidi e senza scosse per referenziare scene fantasiose e dal gusto surrealista. Nel dettaglio, il lettore assiste a tre azioni (legare i muri per schermarsi dal sole, farsi guardare dallo specchio, mangiare gatto con cornicione), un desiderio («avrei preferito…») e una percezione (della «fame»). Tutte si fondano sulla rivolta che il complemento oggetto (o di specificazione) compie nei confronti del verbo (o dell’oggetto); ovvero sul disobbedire del complemento oggetto (o di specificazione) all’orizzonte d’attesa che il verbo (o l’oggetto) innesca nel lettore. Infatti all’azione del «legare», che presuppone morbidezza, rispondono i ben solidi «muri»; all’odore «di ruggine» che presuppone metallo risponde la carta «dei libri»; la fame viene dall’inconsistenza di un’immagine, lo specchio invece che specchiare (far guardare) «guarda»; a farsi mangiare è un animale domestico (“culturalizzato”, quindi immangiabile) come il gatto, invece della (non “culturalizzata”) bestia selvatica.
Colella insomma lascia intatta la capacità sintattica del linguaggio, e proprio attraverso quella “normalità” costruisce un surreale riducibile in essenza alla disobbedienza all’aspettativa semantica. Lo specchio – nell’immaginario letterario da sempre varco per un’altra dimensione – è il correlativo oggettivo più chiaro di questo sovvertimento.

A.F.P.

Banda larga – Elena Cappai Bonanni

dintorni tirati a dadi
pochi dati sui contagi

Contro il cielo di Barca
sigue aterrizando:
pericolo-replica,

fuori dalla tasca
la bandiera – non di resa –
ondeggia; resina

premuta sulle labbra. 

Déjame dormir sin largometrajes 
bulbi elettrici, spiccioli, festeggi.

Farò il giro dell’isolato 
mi esploderanno 
addosso i posti di blocco. 

L’altro sbatte i denti
finché non cadono
– apre tutti i cassetti –
i furti più osceni, tiene
la manica stretta,
sotto traccia una cieca
musicassetta.

Quitar espinas, tan finas
tan finas: si smarca.

Usciamo a prendere
aria sul balcone
in mezzo alle antenne
come strane specie
d’animali, non attrezzati
alla stagnazione.

La ruta, todo el rato, el router:
qué opinas.

Il guasto dura da parecchio.
Ti sento come una pentola
stracolma,
qualche patata in bocca,
versa in un secchio – buccia
scura, panno, cencio.

Cuéntame tus planes
a ver el clima que traes.

Fammi dormire senza pomate
          jeans sintetici, sotterfugi, angoletti.
 
Lasciavo, alle ore consuete,
accese le stanze, come
ogni tastiera richiede.
Seguivano sempre

lo stesso ordine
procedurale, l’impresa
era riporre ogni cosa
prima di scendere.

Riprendere tutto
da basso, vederti passare
qualche parete.
“Ayer fue mi estreno más lindo”,

y me viste. I vicini
si sono lamentati. Gli aerei
finivano così rasenti
e vuoti da vibrare sui vetri.

Sala d’attesa.
Sala da pranzo.
Carta da parati.
Superstiti.

Qualche bibita.
Mi sposti perché possa
il chiodo pungere il lobo.

“Me cruzas como
una calle de las afueras”:
premeditata e generica.

Sala da ballo.
Sala operatoria.
Salita.

Fuori dalla palazzina
questa città una pellicola
girata male, budget ridotto – brilla

ferita.

Il mare è una striscia
posticcia, sudata,
una benda larga:
dovrebbe stringere
e s’alza.


(inedito)

*

Potremmo definire quella di Elena Cappai Bonanni una poesia dell’innesto. La sua estensione verticale la rende infatti esposta all’incursione di elementi o schemi che fungono da “corpo estraneo”. L’innesto più evidente è quello della lingua: l’autrice alterna l’italiano allo spagnolo, che entra nel tessuto soprattutto come dialogo, a sottolineare la propria provenienza (dal mondo, da «Barca»). Altre forme di “innesto” sono generate dalla sintassi (attraverso il trattino oppure i periodi brevi e franti), dalle costruzioni foniche (molte allitterazioni e assonanze, come in «pericolo-replica // fuori dalla tasca / la bandiera – non di resa – / ondeggia; resina / premuta sulle labbra»), nonché dall’impianto strofico, che tende a isolare piccoli gruppi di versi brevi, come scaglie di un discorso più ampio.
Il progetto che sta al fondo della poesia ha del resto a che fare con lo scontro («Contro» è la prima parola della poesia) e la rivalsa (dunque la differenza tra realtà e idea). Perciò la natura del testo è evidentemente politica, in quanto denuncia («questa città una pellicola / girata male»), rivendicazione (esplicitata da tutta una serie di imperativi e infiniti: «Usciamo», «Cuéntame», «Fammi», «Riprendere tutto»…) e prospettiva ulteriore (ancora, «la bandiera – non di resa»).
Una poesia-manifesto, dunque, che ha il compito di sollevare un’idea e una visione, e di farlo per mezzo di un verso scandito, lento, fonicamente armonico.

A.F.P.

Da “Bile” – Roberto Addeo

tutto parte dalle
vene

le arterie
trasportano
coraggio e
frantumi di
segnale

pare che ancora
per un po’ il
nostro orologio
farà diktat-diktat
diktat-diktat
diktat-diktat

nel senso
comunitario privo
di emozioni

ravviso il verso del
muscolo cardiaco
oggi che non
controllo più
niente


(da Bile, Transeuropa, 2020)

*

Il verso breve e ipnotico di Bile, il poema di Addeo da cui è tratto questo passo, sembra seguire gli step di un flusso ragionativo, di un pensiero che deduce. Allo stesso tempo, gli enjambement che spesso separano preposizioni e articoli dai nomi rivelano la frantumazione di tale flusso, mentre il lessico anatomico («vene», «arterie», «muscolo cardiaco», ma basta pensare al titolo dell’opera) lo ancora a una dimensione materiale e corporea invadente. Concentrandoci sulla chiusa, potremmo anzi osservare questo: quella di Addeo, qui, è una poesia che si dà nello scarto tra realtà e possibilità di controllo. La prima si realizza spontaneamente – come nel movimento automatico del muscolo cardiaco – e nella spontaneità conserva la sua ragione; a noi, agli uomini, la contro-intuizione di sottometterla, di incasellarla in un ordine che è solo nostro, convenzionale, perciò imposto («per un po’ il / nostro orologio / farà diktat-diktat»): un ordine fallace.

A.F.P.

Copycat city – Davide Castiglione

Acque importate albe in technicolor 
e pena della clientela calata 
su gondole non all’altezza:
finta Venezia di Dalian sei finta
più della finta Venezia di Las Vegas. 

Destare un déjà vu è un’arte
al di fuori della vostra portata.
Il baraccone, l’americanata,
non li ama, non li rispetta nessuno.
Se di cover in cover si sbracciavano 
era per i dollari sonanti, la nostalgia, 
era per avervi qui. Lo spumante l’hanno 
stappato, la schiuma dispersa.
Rimane il buco da cui si versava, 
il buco col vetro intorno, severo,

nel suo nero posavi, sempre a Venezia,
da diva malinconica e indosso
avevi un foulard carminio cupo – 
che tutta la bellezza di Dio al cubo
non ti avrebbe scossa di un capello.


(dalla raccolta inedita Doveri di una costruzione)

*

La nostra è un’epoca in grado di applicare la riproducibilità tecnica di cui parlava Benjamin anche all’irriproducibile per statuto, cioè il luogo, di per sé ancorato a una singolarità geografica e storica. In questa poesia, Castiglione cerca di guardare nel cuore di questo paradosso, che vuole una proliferazione di false città («finta» e «Venezia» sono ripetuti tre volte ognuno) e lo slabbrarsi dell’esperienza all’interno di una realtà disarcionata dal proprio significato.
Al pari delle “città-copia” abbondano infatti gli oggetti del kitsch e del consumo («technicolor», «clientela», «baraccone», «americanata», «dollari»), i soggetti senza nome (indicati col generico «clientela», oppure sottintesi dai verbi in terza persona plurale), le negazioni («non all’altezza», «non li ama, «non li rispetta», «non ti avrebbe scossa»), i festeggiamenti colti nella loro artificialità (lo sbracciarsi era «per i dollari sonanti», la schiuma dello spumante si disperde).
L’uso della seconda persona singolare assume così il carattere titanico di vero ri-conoscimento («sei finta») e di indicazione («posavi», «avevi»). Occorre spingere questi dentro il «buco», che è quello della bottiglia, ma, in metafora, anche quello di una realtà ostile a svelarsi – smarrita in un’universo di cloni in cui anche Dio è virtuale («al cubo») e non scuote.

A.F.P.