Nella casa fredda – Ezio Settembri

Nella casa fredda
dove trascorrerò qualche ora
hanno rimosso anche i segni
dei quadri che erano appesi.
Hanno staccato le foto,
ripulito i muri
dei pezzetti di scotch
appiccicato da anni.
A quanto caro sangue
quella vernice scrostata.
Quante immagini premevano
a quelle pareti…


(inedito)

*

Quello che descrive Settembri è a tutti gli effetti uno smantellamento; di un tipo, però, duplice: da una parte infatti c’è lo smantellamento fisico, che è quello di una stanza che viene ristrutturata; dall’altro, invece, quello dei significati attribuiti agli oggetti, che rischiano di sparire quando gli oggetti, appunto, vengono portati via. A marcare il primo aspetto troviamo soprattutto aggettivi che evidenziano l’asportazione («rimosso», «staccato», «ripulito», «scrostata»), per il secondo, invece, aggettivi e verbi che insistono sulla permanenza, su un aggrapparsi («erano appesi», «appiccicato», «premevano»). La «casa fredda» raccontata dall’autore – con un verso molto posato e malinconico, privo di inarcature, – appare allora come un’incubatrice momentanea («dove trascorrerò qualche ora») in cui è possibile assistere a una dissoluzione degli oggetti contemporanea al tentativo titanico di permanenza dei significati. Non a caso a premere sulle «pareti» sono le «immagini»: letteralmente dei poster o delle fotografie, ma metaforicamente anche la rappresentazione nuda, lo sforzo umano e precario di trattenere la memoria.

A.F.P.

[In copertina: 29 marzo 2022, Francesco Deotto, 2022]

I monoliti – Nicola D’Onofrio

1. 
Viaggiano milioni di chilometri, attraverso il tempo e lo spazio per darti quella grazia istantanea, per farti abituare alla presenza argentata e alta e poi sparire, lasciando un vuoto che ti spingerà all’evoluzione 

2. 
Diresti che sono freddi ed è per questo che ti piace poggiarti nudo sulla superficie e più di tutto questo ti mancherà nelle notti di inverno quando riscalderai l’aria nel buio con la luce di una sigaretta 

3. 
Potresti quasi chiamarla pelle, questo essere che ti ha fatto scoprire imperfetto, prima eri altro, prima avresti detto di essere uomo, invece eri solo una scimmia con l’aspetto di una persona 

4. 
Non ne troverai altri nel buio dell’universo, c’è qualcosa di altri materiali o altre forme. Ma ciò che cerchi ora appartiene a un’altra galassia 

5. 
Più di tutto ti ha lasciato l’incertezza di scoprirti vuoto come latta quando credevi di essere pieno come ferro 

6. 
Diresti andando avanti che avresti preferito far senza. Ma ti ha dotato di nuovi strumenti, nuove tecnologie, nuove esperienze che ti hanno aiutato a venir fuori dalle caverne 

7. 
È stato Prometeo che ti ha donato il fuoco, la colpa è la tua se ti ci sei scottato


(dalla raccolta inedita La dissipazione del rinoceronte bianco)

*

Assomigliano quasi a delle massime, queste di D’Onofrio, delle massime stralunate e surreali, simili a quelle che si possono trovare, ad esempio, nel Daodejing di Laozi. La misura ridotta delle parti, l’elenco numerato, l’uso del “tu” allocutorio e l’assertività delle affermazioni (si aprono quasi tutte con un verbo molto deciso) rendono I monoliti quasi un prontuario morale («Potresti», «Diresti», «la colpa è la tua»…), se non fosse che il contenuto surreale, velatamente mistico, non ne evidenziasse lo straniamento, ottenendo risultati anche ironici (ravvisabili ad esempio in 7.) e in generale proprio quello scontro tra assurdità del contenuto e limpidezza della forma che caratterizza le scritture del tipo Daodejing. Il testo qui riportato parla infatti di oggetti – i «monoliti» appunto – che «viaggiano […] attraverso il tempo e lo spazio» e riescono a influenzare i comportamenti degli individui («ti ha fatto scoprire», «ti ha dotato»…). Ciò che più imprimono sull’uomo, però, è proprio una mancanza: a noi rimangono quel «vuoto», quell’«incertezza» che sono necessari «a venir fuori dalle caverne», ma anche a strutturare mancanze e colpe; e il “prontuario” di D’Onofrio si offre così come diario dei vuoti più che come manuale di sopravvivenza.

A.F.P.

[In copertina: un’opera di Luc Fierens, 2021]

Da “Diorama” – Laura di Corcia

Spio il faro voltiano
che cambia
colore
mi chiedo non perché

ma come.
Ente
che sei partito da lontano
qual è la tua spinta originaria?

Tu non hai deciso niente.
Per te ha deciso la rarefazione
Poi hai capito che alla decisione
iniziale mancava tutto:

e questo era il destino.
Nelle ossa, ente,
ti si è raggrinzito l’intestino:
e ora vai, non sapendo

dove girare la testa,
vai come chi è in preda
ad un’angoscia tutta in moto.

Vai come chi non sa
eppure va
perdi sempre più attrito.

Ma io ti dico
è pazzo, pazzo, pazzo
chi crede che l’ontologia
sia solo scienza dell’essere.


(da Diorama, Edizioni Tlon, 2021)

*

Di Corcia, in questo lavoro, tende a umanizzare l’immateriale, e a renderlo più complesso – paradossalmente – della sua già complessa natura filosofica. Al centro del discorso c’è infatti un «ente»: non un essere (che già sarebbe più tangibile) né, tantomeno, un essere specifico, dotato magari di nome e cognome. Questo «ente» – che pure rimane fino alla fine ricacciato al largo dell’oscurità («qual è la tua spinta originaria?») – viene tuttavia calato in uno spazio materiale e riesce ad acquistare una sua concretezza, capacità di presenza. Innanzitutto, infatti, l’«io» del testo gli si rivolge direttamente («Tu non hai deciso niente», «Ma io ti dico»…), inoltre quello viene dotato di un’anatomia («ossa», «intestino»), di una coscienza (o non coscienza: «non hai deciso», «non sapendo») e di un’azione («vai»). Costruito in base a una chiara consapevolezza sonora e ritmica (si vedano per questo l’assonanza «colore»/«come» e la rima «rarefazione»/«decisione»), il testo funziona allora proprio rispondendo al complicato compito di dare carnalità all’intellettuale: nella chiusa si negano, per facilità («solo»), l’astrazione dell’ente e della sua conoscenza (ed è significativo il contrasto «pazzo»/«scienza»); in apertura si annuncia con un «faro» – immagine concreta e simbolica, quasi mistica, assieme – la loro venuta.

A.F.P.

[In copertina: Story of a man transformed into fish climbing a mountain, Giovanni Croce, 2022]

φ – Sonia Caporossi

respirare il folle abbaglio                                dei colori
di un {tramonto}                      dentro una livida siccità
le luci si rivoltano             nell’amplesso di un {istante}
stanche nuvole nel cielo            come botti affastellate
si dipingono un dettaglio                e poi sgretolano via
la farina intemperante        di una vita             ritrovata
dentatura marzapane di un {demiurgo} addormentato


(da Taccuino della cura, Terra d’ulivi edizioni, 2021)

*

Una «vita ritrovata». Questo testo di Caporossi si bilancia tra una pacificazione e una lotta, con la prima che però prevale sulla seconda e confeziona, annuncia qualcosa di nuovo e arioso. Guardando al lessico, troviamo infatti tanto vocaboli crudi e destabilizzanti («folle», «livida siccità», «sgretolano»…) quanto altri placidi, accoglienti («colori», «cielo», «ritrovata»…), che proprio attraverso la loro lievità riescono ad addolcire gli aspetti più contundenti. In ciò, l’ultimo verso è esemplare: la rigidità e l’autorità che suggeriscono «dentatura» e «demiurgo» vengono addomesticate, rispettivamente, da «marzapane» e «addormentato», due parole che, per giunta, rimandano entrambe a una sensazione di morbidezza o quiete o malleabilità. Quella di cui ci parla Caporossi è allora forse proprio una venuta: il vitale «respirare» che troviamo nell’incipit spalanca una nuova dimensione, dove la sfera nervosa e disturbante dell’esistente può essere accolta nella sua pienezza (respirata, appunto) e proprio perciò disinnescata; le parentesi graffe – che in Caporossi valgono quasi come marcatori di zone-chiave del discorso – incorniciano il percorso in «tramonto», «istante» e «demiurgo», e il soggetto si risolve così in una coscienza in grado di superare – nella verità dell’attimo – l’avversa materialità delle cose.

A.F.P.

[In copertina un’opera di Francesco Aprile, 2013]

inedito – Andrea Raos

Quando felice ripensi al dolore
sorridi lo credi passato.

Quando temuto ripensi al passato
spaurito lo vedi presente.

Quando soffri se pensi al presente
compari rimpianto passato:

sparire appare, sparire

appare sparisce, apparire

partire scagliare, gettare

lanciare buttare, buttare

scagliare rifiuti, rifiuta

finestra tentare impaurire

gettare ad aprire, scagliare

lanciare finire bastare


(inedito)

*

Con l’anafora di «Quando», la struttura solida dei distici e l’uso del punto fermo, questo testo di Raos si apre in una certa placidità («sorridi»), una certa compostezza. Ad essere descritta, però, è la relazione tra presente e passato sovrapposta a quella tra fase di dolore e fase di quiete; due dimensioni, cioè, che, fronteggiandosi, producono in sé il germe di una destabilizzazione. Se la prima relazione ipotizzata (passato difficile/presente risolto) consola, le altre due accendono un’inquietudine via via maggiore («temuto» e poi «soffri»; un passato che torna a minacciare il presente, poi il presente dichiarato peggiore del passato). A questa altezza – dove significativamente si collocano i due punti, che aprono qualcosa – il testo innesca la sua accelerazione. Il ritmo del novenario genera un cursus percussivo, l’uso degli infiniti universalizza i verbi (oltre passato e presente, dunque) e il testo si smonta in maniera sempre più violenta («gettare», «scagliare», «finire»). Così una tensione emotiva, di sofferenza, si incista nel tessuto dei versi, da quelli è condotta e quelli conduce.

A.F.P.

[In copertina: Agave su cielo grigio, Massimo Nota, 2022]

Scatto n° 7 – Ilaria Grasso

Il corpo quando trapassa non ha modo di occuparsi
della postura anche quando
ha trascorso tutta la vita con la schiena dritta
camminando con dignitosa andatura.

D’altronde lo scatto è delle mafie
che hanno ammazzato.

Spezzare le gambe,
                spostare con il colpo il baricentro,
                                far capire chi comanda.

Le bestie sono vili e non rimangono con la salma,
non si avvicinano ai parenti,
non chiedono neanche scusa.

Si curano di prendere le distanze, non si sporcano le mani,
lanciano ordigni da lontane stanze.


(da Pentax K1000 – Poesie per Letizia Battaglia, Ensemble, 2021)

*

Il tema violento e scottante delle «mafie» è trattato da Grasso con un verso preciso, sottilmente cadenzato (cfr. la rima interna «distanze»/«stanze»), che – a livello tematico – si concentra sulla dimensione del «corpo». Questo viene raccontato sicuramente nella materialità che subisce l’offesa e l’omicidio (terza strofa), ma soprattutto nel modo in cui tale materialità si unisce a una “morale” del corpo. Oltre che come carne, infatti, il corpo è qui anche «postura», «andatura», che viene compromessa dall’azione mafiosa: come la «schiena dritta» equivale a fierezza, posizione (anche politica) e veglia, così «spezzare», «spostare con il colpo il baricentro» vuol dire intervenire violentemente sul corpo-oggetto, ma anche sul significato di quel corpo, sulla sua azione, che è morale (l’«andatura» è «dignitosa») e oppositiva. La rivendicazione, allora, non può che farsi proprio nell’accettazione di quel corpo martoriato, come presenza contro la latitanza strutturale della mafia: proprio quando il corpo colpito diventa «salma» (cioè corpo ormai svuotato, solo oggetto) emerge anche l’assenza dei colpevoli, che «non si avvicinano ai parenti», «lanciano ordigni da lontane stanze», diventano «bestie» in confronto all’esserci presente di un laico martirio.

A.F.P.

Un’opera di Egidio Marullo, 2022.

È bellissimo andare a dormire – Alfonso Lentini

Una tigre è acquattata nell’armadio, ma tu stai riposando. Affondano una lametta nel bianco del tuo occhio destro, ma tu stai riposando. Inondano il tuo letto di fanghiglia puzzolente, ma tu stai riposando. L’ala di un caccia bombardiere ha spaccato i vetri della finestra, ma tu stai riposando. Ti sussurrano alle orecchie i ricordi più angoscianti di quando avevi sette anni e tuo zio ti spiegò con parole secche cosa significa morire, ma tu stai riposando. Ti insanguinano il pene in erezione con sangue di gallina, ma tu stai riposando. Il pavimento diventa friabile e si sgretola in una voragine nera dentro la quale precipiti nudo ad occhi bianchi, ma tu stai riposando. E dormi.


(inedito)

*

In questa prosa Lentini gioca opponendo il surreale ai massimi livelli di inerzia (almeno apparente) del reale, cioè il riposo e il sonno. Tutti i periodi che compongono il brano, infatti, sono strutturati in modo da aprirsi con un’immagine incredibile – che può essere semplicemente strana («Una tigre è acquattata nell’armadio»), fortemente fantasiosa («Il pavimento diventa friabile e si sgretola in una voragine nera») o anche rivoltante («Ti insanguinano il pene in erezione con sangue di gallina»), nonché citazionale (la «lametta nel bianco del tuo occhio» non può non far pensare al celebre Chien andalou di Buñuel) – subito smorzata nella sintassi dall’avversativa («ma») e nella semantica dall’anaforico «tu stai riposando». Le immagini surreali, del resto, non sono gratuite, ma rimandando tutte a un’idea di minaccia, di assedio: il «tu» risponde loro con il semplice silenzio, disinnesca il sogno proprio con l’atto del riposo, e il «dormi» finale funziona quindi come ultimo sprofondamento. Come a evidenziare, insomma, non tanto una dialettica sogno-veglia, ma un più sottile fronteggiamento tra “infestazione” del surreale e inerzia del reale, che può coincidere ma anche no con la sfida tra mondo onirico e mondo materiale.

A.F.P.

Un’opera di Egidio Marullo, 2022.

Paragrafo – Luca Zanini

ottieni per quattro lenti interlinea orbita graduale del panesecco segnala portano gli ibridi al pascolo al soggiorno manca una parte di vicolo vicinissimo svanisce la cattività il quotidiano rimane appoggiato] assorbe due] testi  interlinea rapidissimo in una situazione allusiva fare i nomi le caselle livello di mapping buono dopo tre fermate lampo strappo si incasellano portano miniature dopo la] [ferocia e tutte quelle saldature in rilievo c’è il ritiro a bordo strada farsi riconoscere o mostrare all’alt il consenso di serve l’educazione le vite di oltre tremila pittori c’è una busta con i semi] [pomeriggio] sacche di permute ottiene del panesecco i reflui


(inedito)

*

La prosa di Zanini si contraddistingue in particolare per due elementi: le fratture multiple della sintassi; l’uso arbitrario e frequente delle parentesi quadre. Il primo elemento impedisce una lettura “lineare” del testo: troviamo giustapposizioni stranianti di sostantivi («interlinea orbita»), di verbi («si incasellano portano»), discordanze («testi interlinea rapidissimo»), iperbati («ottiene del panesecco i reflui») e così via. Le parentesi quadre, poi, complicano la situazione piuttosto che migliorarla e – dacché si aprono e chiudono senza effettivo criterio razionale – valgono come falso appiglio, inganno, nei confronti del lettore. Quest’ultimo, per ricostruire il senso, deve dunque affidarsi al tema, e scoprire così un filone legato al disorientamento («manca una parte di vicolo», «svanisce la cattività il quotidiano»…) e un altro invece all’ordine, dunque all’orientamento («interlinea», «incasellano», «consenso», «educazione»). In fin dei conti, allora, quella di Zanini si configura come antiepica joyciana (sbando del «quotidiano» e del suo racconto), di cui conserva anche l’abolizione della sintassi ma non la spontaneità del resoconto: il flusso di Zanini è un flusso, semmai, di incoscienza, visto da fuori («ottieni»), minato da parentesi che non chiudono né aprono; solo segnalano cassetti, possibilità, sfasature.

A.F.P.

Un’opera di Egidio Marullo, 2022

Lungarno – Stefano Olmastroni

la città quella sera era un lago
di fruscii di vita volatile, di piante cresciute da sole
la città era il nostro letto ed io
sarei stato il tuo uomo
con la solitudine impressa nei capelli
due pozzanghere lasciate ad essiccare
noi due un pensiero venuto al tramonto
due corpi incontrati fra fronde di strade in comune
contro il giorno che muore
parole bellissime e poi mani buttate a pescare


(inedito)

*

Questa di Olmastroni è una poesia confidenziale, intima («la città era il nostro letto ed io / sarei stato il tuo uomo») che sicuramente trova la sua motivazione principale in una dimensione a due («noi due», «due corpi», appunto), dunque racchiusa e segreta. Non per questo, però – e sta qui l’aspetto più interessante – il “racchiudimento” diventa chiusura, in senso claustrofobico e negativo: al contrario, il testo ha una forte matrice analogica, trasformativa, e punta a evidenziare non solo ciò che c’è, un’appartenenza o materia (attraverso gli aggettivi possessivi, ad esempio), ma anche ciò che da esso viene annunciato. Così la «città» è sia ridotta a un «letto» (dimensione intima) sia promossa a «lago» (dimensione “pubblica” e immaginativa); la «solitudine» è sia «nei capelli» (quindi nella persona specifica) sia nelle «pozzanghere lasciate ad essiccare» e nelle «piante cresciute da sole» (quindi nello spazio esterno e generale). Il tema classico amoroso, insomma, è scoperto nella sua dolcezza («parole bellissime») ma interrotto da frequenze ulteriori («mani buttate a pescare»), presenze («fruscii di vita volatile»), altro.

A.F.P.

Un’opera di Egidio Marullo, 2022.

Come foglie – Giorgio Papitto

Entrano i fiori e mi dimentico che sto
               Coi fiori tra le fatiche ancora addosso.

Che attendo, mi piego e stendo–come foglie.

Come in un momento il cinghiale è sui
              Ceppi e la saliva mi cade sull’apparato.

*

Bruciare radici, e considerare il pelo–
              Tra le sabbie c’è radura, tra le gambe.

Di una foresta mi piace tastarne il dentro.

Perdere l’ampiezza nei soliti meandri,
              Non cercare altro che sia differente.

*

Nelle case non ci crescono le gole,
              Ma io aspetto che facciano un canto.

Quando unisco gola a gola, e torno bambino.

Il pelo lo tengo corto, sono un sarto.
              Torno al membro, ai fiori, alla gente.


(inedito)

*

Papitto, in questa poesia, esplora uno spazio “classico” della letteratura, ovvero quello naturale – sia botanico («fiori), sia animale («cinghiale»), sia geologico («gole»). Lo fa, tuttavia, con una costruzione misurata e solida e con associazioni di immaginazione e linguaggio che riescono a far comparire il mondo naturale in una rinnovata freschezza e nella piena proporzione dei suoi elementi («Non cercare altro che sia differente»). Troviamo infatti, da una parte, un lavoro armonizzante tramite assonanze, anafore, richiami (ad esempio la ripetizione di «fiori» e «pelo»), dall’altra giochi di lessico equivoco («gole» di rocce e «gola» umana), intromissioni di espressioni tecniche che spezzano o, meglio, ricodificano la melodia naturale («apparato»), fratture nel ritmo che rendono più intensa e imprevedibile l’ecfrasi della natura (come al v. 2). La poesia descrive così un’osmosi tra interno ed esterno (si comincia con i «fiori» che «entrano» e si chiude con il «tornare» alla «gente», cioè fuori da sé), che ha eco in continui scambi tra mondo antropomorfico e mondo pre-umano: un panismo riscoperto; problematico e frammentario ma senza retorica tragica.

A.F.P.

Un’opera di Egidio Marullo, 2022.