parlerai dei cespugli che s’imbiancano – Barbara Giuliani

parlerai dei cespugli che s’imbiancano

non abbiamo mai parlato delle rape,
i nostri lutti casalinghi si sono risolti di domenica, frettolosamente,
tra gli anticipi della serie A e i dodici piatti fondi sporchi di lasagna,
ma le rape in tutto questo non le abbiamo mai considerate.
io avrei voluto dirti delle rape, del loro colore, verde marmocchio,
pantone indefinito, buste di plastica inquinanti, le contaminazioni da tensioattivi,
le posture sbagliate e gli occhiali scesi sul naso per mettere sul fuoco
quello che non s’incendia nel nostro dire.
io avrei voluto cucinarti le rape, fotografarle, impiattarle e
renderle dignitose, come i nostri cognomi sul citofono, vicini
non uno sopra l’altro o sotto l’altro,
attaccati separati da un

non ho comprato le rape, non sono uscita, sono rimasta in casa
a dondolare la testa davanti all’orologio della cucina, tutta la mattina,
in piedi, ritta come un fuso con le ciabatte di due numeri più grandi,
i capelli raccolti alla peggio bene e in mano una cipolla andata a male.
puzza questa stanza tanto
che non vomito per esaurimento, la batteria del montatore del latte è esplosa
e qui sembra di stare in orbita senza tuta stellare.
cola dal tavolo il latte smontato e
siamo la sostanza più leggera degli elementi solidi dopo il litio e
con una g stretta tra il pollice e l’indice della mano con cui ti guardo
litigo con una applicazione per comprare le rape.
ma tu le vuoi le rape?
altrimenti scendiamo a pisciare il cane.


(inedito)

*

La corrosione dello strumento poetico operata qui da Giuliani segue sostanzialmente due strade: quella ironica, da una parte (concretizzata da un lessico quotidiano/triviale – da «ciabatte» a «pisciare» – ancora più evidenziato grazie all’accostamento al suo opposto scientifico/colto, come per «tensioattivi» e «litio»), e l’abbassamento prosastico, dall’altra (favorito dal verso lungo e dal contesto casalingo).
Alla base di questa corrosione che potremmo definire per certi versi “anti-poetica”, c’è tuttavia un vuoto di senso forte, per quanto esperito e rivelato all’interno della rete di significati più sottomano e “banale”, quella appunto della quotidianità. È proprio questa forte presenza del vissuto, del noto, tuttavia, a rafforzare la poesia, e quindi il vuoto di senso di cui sopra: l’assenza-presenza delle «rape» (oggetto-chiave di una domanda irrisolta, che smuove la domanda e quindi il testo, nonché lo incornicia strutturalmente) è il non detto e il moto del desiderio («io avrei voluto cucinarti le rape»), «il cane» da «pisciare» l’uccisione del desiderio.
In un universo affollato da cibo e «piatti fondi sporchi» emerge una voragine – allegorizzata dalle rape – risolvibile solo nella distrazione di un «altrimenti».

A.F.P.

Kennst du – Marco Buzzi Maresca

Kennst du das Land, wo die Zitronen blühn
limoni ardenti ancora di parole, e tu,
kennst du das blut il sangue il deilirio muto
das reichlich un dunkel fließt, pietrificato
e fatto scuro scuro il silenzio inaridito, the sound of silence.
Where have all the flowers gone, a stento
il tuo il tuo muro anch’esso per te, ed un sospiro di perdimento
la fuga dall’orizzonte. Non c’è cielo in una stanza.

Ma le formiche marciano comunque, scavalcano, irrompono.
Qualcuno comunque rivolterà la terra.


(inedito)

*

Da giustapposizioni pure che scardinano la sintassi, da intrecci babelici di lingue diverse e citazioni (goethiane, o dal folk americano degli anni ’60) può essere raccontato il delirio (i limoni sono del resto ardenti, sì, ma «di parole»): le allocuzioni a un tu non specificato chiamano una presenza solo astratta e spettrale – ma comunque presente («il tuo muro anch’esso per te»), – la chiamano a una presa di coscienza pessimistica («Non c’è cielo in una stanza»). È un oscuro destino, a essere inevitabile (il doppio «comunque» in chiusura): lo compiono l’invadenza delle formiche e gli smottamenti tellurici (di forze ctonie alla risalita, forse; o di una sepoltura).

A.F.P.

Un inedito – Sergio Oricci

C’era un barattolo di vetro nella cucina dei nonni, messo su uno scaffale in alto – non così tanto – dove mia nonna non riusciva ad arrivare; è lì che mio nonno nascondeva la sua cosa più preziosa: bollini adesivi di banane Chiquita; li rimuoveva uno a uno stando attento a non rovinarli, era importante che rimanessero integri.
Erano preziosi per un motivo preciso: mia nonna mangiava una banana ogni giorno, e mio nonno andava da lei facendogliela vedere con il bollino ancora sulla buccia, poi la sbucciava e conservava il bollino nel barattolo; lo faceva perché non sempre se ne trovavano, di banane Chiquita, a volte doveva comprare banane qualsiasi ed era un problema, mia nonna infatti mangiava soltanto banane Chiquita, tutte le altre erano amare come il veleno.
Così mio nonno, nei giorni in cui di Chiquita non ce n’erano, portava a casa le banane senza adesivo e ci appiccicava i bollini del barattolo, sputandoci sopra per farli attaccare perché nel frattempo avevano perso le loro proprietà adesive; il bollino Chiquita trasformava la banana amara come il veleno in una banana buona da mangiare e poi, una
volta usato per quella magia, non serviva più a niente e si poteva buttare.


(inedito)

*

Alla base di questo sottile racconto di Oricci c’è il potere del segno – che è un potere apotropaico. Di fatto, il nonno è un poeta, opera un processo di significazione attraverso cui nomina la realtà; seguendo però il meccanismo di nominazione tipico del mondo mercificato. Il bollino che indica la marca è infatti un significante scollato (letteralmente) dal significato cui fa riferimento ed è in grado perciò di ricrearlo in occasioni diverse, di trasformare qualcosa in qualcos’altro attraverso una marchiatura che non è altro che l’esercizio della cultura umana. In tale liquidità tra valore di scambio e valore d’uso si verificano (magicamente, psico-simbolicamente) l’eliminazione dell’influsso maligno e un atto di poiesis del valore con concreti effetti nella realtà. Per questo Oricci chiude con una placida, efficacissima, constatazione di funzionamento della «magia»: il segno ha fatto il suo compito; il mercato è segnico, il mondo è segnico.

A.F.P.

Da “Paesaggio anomico” – Riccardo Innocenti

Diventare umano come una conquista
camminare, bonificare lo spazio
portando altrove l’acqua putrida
e il dolore, edificare e abitare città
disperse, viali alberati, piste ciclabili.

Avrò bisogno di cure per non appassire
un verme in ostaggio
dentro un luogo pensato per avere una vita.

Dalla finestra vedrò i passanti
venirsi incontro decisi
sul marciapiede, penserò
che stiano per prendersi a pugni.


(dalla raccolta inedita Paesaggio anomico)

*

L’uomo, in quanto culturale, è un animale che ha bisogno – per vivere, per centrarsi nel proprio significato, – di una costante auto-costruzione. Riccardo Innocenti opta per un verso piano e discorsivo e racconta il lato più penoso (ma necessario) di questa «conquista»: le «cure per non appassire», il bisogno di rimuovere il «dolore» attraverso gravosi e perpetui esercizi di raffinamento dell’habitat. Dietro il risultato ottenuto (chiameremo “società” il «luogo pensato per avere una vita»), un fondo oscuro a forza sedato (il «verme in ostaggio» e la violenza potenziale dei pedoni); forse autentica, certo inaccessibile e pre-civile, dimensione dell’umano.

A.F.P.

l’abbaglio – Antonio Vittorio Guarino

C’è un significato preciso se le tue dita indicano
d’improvviso qualcosa, Il ritorno di Bruegel tra la neve,
i cani che puntano il muso in cerca ancora di prede
e più in basso il paese dove vorresti vivere quando
non vuoi vivere? Oppure nessuno, oppure solo il vago
additare figure in cornice, con un gesto d’automa infelice
che tradisce una umana, domenicale, malinconica
noia, la radice di un ricordo sorpreso ad apparire
tra gli alberi e il fuoco…?
Inquieto, il mio desiderio di saperne qualcosa. “Qualcosa”
ripeto, come se non fosse già abbastanza chiaro che non si può
essere più precisi di così, qui, che le parole sono un azzardo
di ombre, corte e curve a ferirsi sempre, ed il gesto un segno
di rinuncia ad afferrare il senso, non l’abbaglio.


(da Cronicismi, Oèdipus, 2020)

*

A essere processato davanti al tribunale della ragione, in questo testo di Guarino, è il valore del gesto: nella prima parte della poesia, l’inquisito è chiamato a spiegare la direzione della sua indicazione, e perciò costretto nella gola formata dalle due domande che gli vengono poste e che arrivano da punti cardinali diversi: la prima di richiesta speranzosa («C’è un significato […]?»), la seconda già intrisa di sfiducia («Oppure nessuno […]?»).
Al di qua della non risposta dell’inquisito, l’inquisitore necessariamente universalizza il disfunzionamento di un indice che non indica a generale inadempienza del segno verso il suo compito: nella seconda strofa – che è la fase constativa rispetto a quella interrogativa della prima parte – si consolidano una parola ridotta ad «azzardo / di ombre», un soggetto «Inquieto», l’inguaribile discrasia tra «segno» e «senso».

A.F.P.

Da “Hypnerotomachia Ulixis” – Sonia Caporossi

Mi trovo adesso al centro di una piazza lastricata, ancora una volta completamente solo. Palazzi sconosciuti intorno a me. Non mi interessa guardarli; piuttosto, la mia attenzione si concentra sulle mattonelle bianchissime su cui cammino, le quali mi inducono a pensare, come ultimo sprazzo neuronale, di essere ritornato al centro dell’incubo bianco da cui è iniziato questo percorso infernale di purificazione all’incontrario. Al centro perfetto di questa piazza incolore, posta su un piedistallo di legno d’ebano scuro come la morte, che riluce calmo di non luce ai riflessi solari diafani e spenti, un’affilata, alta, sicura e misteriosa ghigliottina. La osservo rimanere immobile di fronte alla mia falsa indifferenza, scrutare ogni recondito pensiero che mi ha dominato, un tempo, e la sua lama ora mi compare sul campo visivo per ferirmi le cornee di un lampo, come fosse l’ultimo confessionale in cui rigurgitare stanco la mia disperazione privata. Riconosco, fra i nodi del legno che la sorregge intera, il colore rossastro per l’ossidazione rugginosa che dovrà venire a contatto con il mio capo, col mio collo, con la mia ormai chetata, chetaminica solitudine. Il mio sangue già freme di compiacimento, soddisfatto di una terminazione che lo rende protagonista assoluto del dramma satiresco della mia evirazione intellettuale, esaltato nel Super Io, felice di riversare l’assegno della vita sul conto di un boia che non c’è. Io non so che cosa pensare, non so se debbo pensare, mentre il mio sangue ribolle e i vermi bianchi, bigattini che mi ricoprono il petto e le braccia, si tingono di un rosso delittuoso e sovraeccitato che affiora come il collare di una gomena a stringere gli ultimi rimasugli della speranza ormai diserotizzata di Von Masoch. La carne borbotta come un mare in tempesta, la pressione del sottocotenna crea adorabili bolle di plasma che scoppiettano come un caminetto acceso sulla pelle in un’entropica embolia. Persino i miei vermi non vogliono più stare con me: si affrettano a scendere lungo le gambe, pulendosi il dorso celenterato, accelerando per le tracce di sangue rappreso, strofinandosi contro i peli madidi di sudore, scapicollandosi a tratti e persino cadendo sulle piastrelle del lastricato, per poi confondersi col bianco e scomparire in una muta indistinzione. Se ne vanno, ecco: se ne sono andati. Non ne è rimasto che lo spazio vuoto prima occupato sotto la pelle, cosicché, ora, tutta la superficie di questo corpo risulta raggrinzita nella molle oscenità mimnermea dei vecchi. E di nuovo, non me ne preoccupo. Non ho intenzione di rammaricarmi oltre di qualcosa che mi riguarda. La mia massima aspirazione, ora, è davvero non pensare, non parlare, non vaneggiare oltre: annullare il linguaggio, ogni senso e significato, resettare Sinn und Bedeutung come ultimi rimasugli marcescibili di una macchia scura atemporale, aspaziale, adimensionale, che supera qualsiasi concezione delle geometrie non euclidee, che ride in faccia a Gödel, a  Heisenberg, a Frege, che appena saluta Wittgenstein come suo schiavo, nel dungeon ripugnante di un rapporto autistico sadomaso consapevole, nel suo circolo privé di Vienna i cui unici iscritti sono malati di Asperger, e come tali si esprimono i bambini di tutto il mondo: «acqua! Via! Ahi! Aiuto! Bello! No!»; a = a, tautologia vera a priori; a = b, proposizione che va di volta in volta verificata; ma il mondo è pieno di b, di c, di d ad infinitum! E nell’oceano delle rappresentazioni impresentabili non esiste alcuna funzione logica di verità, la forma proposizionale  non consistendo altro che in un castello di scabbia che ammorba il cervello di innumerevoli ineffabili variabili alfanumeriche; e il pensiero mai potrà superare il suo confino ipouranio, mai potrà tenere insieme, come Dio, contraddittori e contrari; nel ceppo indistricabile dell’immagine logica di sé stesso, farneticante fornicatore del senso delle cose, concetto concepente l’illimitato limite, giammai il pensiero potrà pensare altro da sé, altro da me, altro da te, altro da questo.
Mi avvicino alla lama luccicante del mio destino in forma di invitante ghigliottina, che già mi abbaglia le cornee abbandonatesi al riflesso che ottenebra il mio intelletto gagliardamente morituro perché da solo, senza la fede, non può nulla; e sull’ultimo gradino mi assale l’estremo dubbio: debbo sottoporvi la mia testa, principio femminile, il mio pene, principio maschile, o la mia lingua, principio di non contraddizione?


(da Hypnerotomachia Ulixis, Carteggi Letterari, 2019)

*

Questa prosa onirica di Caporossi illustra il (breve) viaggio (Ulisse è del resto l’eroe del νόστος) che il soggetto compie verso una ghigliottina, all’interno di uno scenario – dechirichiano – in cui predomina il bianco. La distanza viandante-meta viene tuttavia dilatata da un dettato che si ingarbuglia volutamente in riferimenti colti, lessico filosofico e giochi di significante («chetata, chetaminica solitudine», «castello di scabbia», «farneticante fornicatore»). Sono strumenti utili a far evaporare la scena e renderla un tutt’uno con la sfera «neuronale» del soggetto-pensiero, a innescare un processo di complicazione e contraddizione del semplice e del coerente che mira a cogliere – ma fallisce, e nel tentare prende atto dei «b», «c», «d» irriducibili del mondo – la tautologia come soluzione definitiva (in quanto capace di «annullare il linguaggio», dunque la dualità segnica del mondo). Col modello dell’Hypnerotomachia Poliphili alle spalle, il testo allora non può che muoversi tra allegorismo e metalinguaggio, sogno e citazione; e il personaggio-coscienza, di fronte al sacrificio/mutilazione che risanerebbe – o tenterebbe di fare – la scissione originaria, si scioglie in uno smembramento corporeo («testa», «pene», «lingua») che è però solo pensato, domandato. Ipnagogico e – ecco la sconfitta – ancora segnico.

A.F.P,

Da “Breviario dell’aberrazione” – Michele Paladino

Per un certo tempo,
santamente sepolta nelle novene,
restava in orazione nuda;
felini i chicchi del rosario tra i seni,
umettava la mano sulla torbida nerezza del pube.
E sentiva solcare il desiderio, aureolata,
la lastra abissale della luce,
in divenire.


(dalla raccolta inedita Breviario dell’aberrazione)

*

L’anastrofe al terzo verso genera l’ambiguità su cui si fonda l’intera poesia: la nudità fisica («nuda» considerato attributo del soggetto) si accorda alla nudità dell’anima («nuda» considerato attributo di «orazione»); l’accordo amplifica in potenza l’atto in cui il corpo-coscienza si consegna al divino. Le antitesi che danno l’impalcatura al testo, specie quelle fondate sullo scontro sessualità-decoro, («rosario»/«seni», «desiderio»/«aureolata», «abissale»/«luce») rasentano allora la blasfemia solo in apparenza: in una scena desunta dalla mistica (erotica) femminile (di cui l’Estasi di Santa Teresa è solo l’esempio più facile), nel suo chiaroscuro, si concentra il «divenire» dialettico tra membra e spirito, l’esperienza di un Altrove che viene nel corpo e lo oltrepassa.

A.F.P.

Da “Legni achei” – Roberto Batisti

questa piana è la cassa d’espansione
del poema. se si scavasse il cielo
già ora ingombro d’ossa
ecco la covata delle nubi grasse
per riscuoterle dalla nostra carne.

sul sipario del mare capriole
di stirpi transitive. non da loro
verrà il dispaccio
né dai monti color carie.
non dal sole che mordicchia gli elmi
(la luce che rimbomba in stoviglie abbandonate)
non dai fiumi col viso in fiamme.

ieri dieci esiziali sono giunti
alla stazione, costeggiando il lago.

la nostra lingua è scritta
in un cifrario di vermi.


(dalla raccolta inedita Legni achei)

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I distici – di natura constatativa – che chiudono questa poesia di Batisti, possono raggiungersi solo attraverso una serie di costruzioni ossimoriche o antitetiche. Di questo tipo sono infatti le immagini su cui si fondano le prime (e più lunghe) due strofe («ossa» vs «carne», «fiumi» vs «fiamme»), spesso centrate sulla compresenza paradossale di pienezza e vuotezza («cassa» e «scavasse» vs «ingombro» e «grasse»).
La “istoria” tracciata all’interno di questo sistema, che i distici finali tentano di spiegare e chiudere (contrariamente a quanto non fanno le negazioni ripetute nella seconda strofa), riguarda il punto d’innesto tra linguaggio e materia (circolarmente: su questo tema sia l’incipit che l’explicit). Ma l’enigma è tutt’altro che sciolto: che la «lingua» coincida coi «vermi» (allegoria dello stadio più ripugnante, oltre che corporale, della materia) è constatato ma non compreso; l’arrivo degli «esiziali» segnala un’imminente catastrofe.

A.F.P.

Historia Langobardorum – Marco Mittica

Autari ci mise in guardia
dal divenire uroboro.
Imprudenti sentimmo
lo smarrimento dei conquistati
come nostro: l’incauto
convito d’agape ci stordì,
falò di mores.
Quel fumo, bianco come i nostri
ricordi, venne a riempire tutti
i bronchi tronchi,
miele che abbaglia
il senso del censo.
E venne il Gallo
che si mangiò il Biscione,
l’emostasi ci parve un progetto
interessante.
I nostri fratelli minori, intanto,
cercavano una cura contro
il morso dell’anfisbena.
Qualcuno, senza voce,
lanciò un tremisse in aria.
Ad Arechi venne testa, a noi
rimase croce.


(dalla raccolta inedita Le Leggi dei Padri).

*

Un istante nella storia non è cronaca, ma tensione fisica e metafisica verso dimensioni ulteriori. La serie di immagini costruita da Mittica sottopone la realtà a vibrazioni tali da portarla quasi a squarciarsi: figure mitico-alchemiche (uroboro, anfisbena) o araldiche (Gallo, Biscione), una lingua consapevole del proprio spessore diacronico, l’ebbrezza, sono viatici per spazi e tempi non ancora conosciuti. A loro si oppongono il monito di Autari, l’emostasi e la cura come tecniche di conservazione della quiete. Regge il tutto una struttura retorica calcolata sull’omoteleuto, sulla paronomasia, su una sintassi statica che addensa la dimensione simbolica; l’unica dimensione.

A.F.P.

Da “Sistemi” – Dimitri Milleri

Sente lo scheletro incurvarsi vetri dell’inverno

la danza degl’ischi, la busta di pelle

che custodisce polvere

               d’osso mischiato a ossa, in un tepore

o sanamento o coma o sogno ad occhi aperti in cui la stufa

                e il portagioie s’imparentano e le sedie

insieme ai tendini smisurano le stanze: un pixel scarso

                di autocoscienza e fiori fuori campo.

      E infine l’ombra che più tardi annota

per silenzi e agnizioni.

Ecco che tornano — chissà da dove

le sue articolazioni.


(da Sistemi, Interno Poesia, 2020)

*

Potremmo definire la scena descritta qui da Milleri una radiografia dell’istante: a predominare è certo la figura umana, smontata però nelle sue componenti anatomiche, in particolare ossee («scheletro», «ischi», «ossa» e così via). Tuttavia il gioco (la ratio) della poesia sta nel far interagire queste strutture (statiche, o troppo lente a modificarsi per poterne percepire il dinamismo) con una dimensione diacronica, seppure estesa al minimo. Ne viene una deformazione del reale che riguarda anche lo spazio e gli oggetti al di fuori della figura umana: l’enfiarsi del corpo, voglio dire, l’alterazione del suo status “normale” provoca una deformazione generale e onirica («coma o sogno») dello spazio («i tendini smisurano le stanze»), e l’autore la documenta portando il più possibile vicino allo zero “lo spirito” («un pixel scarso / di autocoscienza», l’incipit con un verbo di percezione), favorendo per contro la materialità e l’immanenza dell’evento. Lì, credo, si trova l’allaccio tra il significato e il significante della poesia: la struttura arcuata del testo – a livello tipografico e metrico (molto precisa e curata è la successione di accenti, misure, figure di suono in Milleri) – segue mimeticamente l’enfiagione e il rientro (le articolazioni che tornano, in chiusura) dell’evento e del corpo. Dalla radiografia dell’istante umano, insomma, emerge l’irriducibilità del suo essere-in-divenire.

A.F.P.